Il canto dell’anima capoverdiana
Morna, la musica che più di ogni altra racconta l’anima di Capo Verde, tanto da essere riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità nel 2019. Non è soltanto un genere musicale: è un linguaggio collettivo, un diario emotivo che accompagna la storia e la vita quotidiana di un popolo disperso tra le isole e le rotte dell’oceano.
Un canto che nasce dal mare
Per capire la morna, dobbiamo tornare indietro al XVIII secolo, quando Capo Verde era un arcipelago segnato dalla colonizzazione portoghese, dalla tratta atlantica degli schiavi e dal costante movimento di persone tra Europa, Africa e Americhe. In questo contesto complesso, fatto di mescolanza culturale e sofferenza, la morna nasce come una forma di resistenza poetica e di espressione emotiva. I primi esempi conosciuti provengono dall’isola di Boa Vista, ma sarà São Vicente a diventare il cuore pulsante della morna, grazie a Mindelo, città portuale aperta al mondo. Qui, marinai e mercanti portavano con sé melodie straniere che si fusero con ritmi africani e canti popolari, generando un linguaggio musicale nuovo.
La saudade: un sentimento che non si traduce
Al centro della morna troviamo la saudade, parola portoghese che non ha equivalenti esatti in altre lingue. Non è semplice nostalgia: è un dolore dolce, un vuoto che convive con la speranza, un legame invisibile con ciò che si è perduto o lasciato indietro.
Nelle isole, dove l’emigrazione era spesso l’unica via per cercare un futuro migliore, la saudade non era un concetto astratto: era la realtà quotidiana di chi vedeva partire figli, padri e fratelli, senza sapere se li avrebbe rivisti. La morna dava voce a questa condizione universale, trasformando il dolore in bellezza condivisa.
Strumenti e sonorità
Ascoltando una morna, ci troviamo immersi in un ritmo lento e avvolgente, spesso accompagnato dalla chitarra, dal cavaquinho (simile a un piccolo ukulele), dal violino e dal clarinetto. È una musica che non ha bisogno di grandi orchestrazioni per toccare il cuore: bastano poche note e una voce intensa per trasmettere un mondo intero di emozioni.
La voce di un popolo
Se la morna ha raggiunto il mondo, gran parte del merito è di Cesária Évora. Conosciuta come la “diva a piedi nudi”, cantava nei bar di Mindelo prima di conquistare i palchi internazionali. La sua voce, profonda e graffiante, ha saputo trasmettere al mondo intero la verità della morna: un canto senza artifici, capace di commuovere anche chi non ne comprendeva le parole.
Ma prima di lei, già nel XIX secolo, poeti come Eugénio Tavares avevano fissato le basi letterarie del genere, componendo testi che ancora oggi vengono cantati. Oggi la tradizione continua con artisti contemporanei che sperimentano contaminazioni con jazz, pop e bossa nova, dimostrando che la morna non è un genere “del passato”, ma una musica viva e in evoluzione.
Patrimonio immateriale, memoria viva
Il riconoscimento dell’UNESCO nel 2019 non ha soltanto celebrato la bellezza della morna, ma ha riconosciuto il suo ruolo nel mantenere viva l’identità capoverdiana, soprattutto tra le comunità della diaspora. Oggi sono più i capoverdiani che vivono fuori dall’arcipelago che quelli rimasti sulle isole, e la morna è diventata il ponte che li lega alle proprie radici. In ogni comunità capoverdiana del mondo — da Lisbona a Rotterdam, da Boston a Parigi — le note di una morna sanno ricreare l’atmosfera di casa.
Un invito all’ascolto
La bellezza della morna sta nel suo saper raccontare la condizione universale dell’essere umano: il desiderio di appartenere a un luogo, la malinconia delle assenze, la speranza che accompagna ogni partenza. Ascoltarla significa entrare in dialogo con un popolo che ha fatto del mare il suo destino e della musica il suo rifugio.